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R e S 2005/1 PDF Stampa E-mail
Venerdì 22 Gennaio 2010 10:45
Rendiconto semi-serio, ma veritiero, di una giornata non come le altre.

Gli scalatori: Paolo Citterio, Walter Longaretti, Gianpaolo Melioli e Giampietro Clerici.
La meta: Le "Tre Dita" alla Tofana di Rozes.
I commensali: oltre agli scalatori, Anna Magno e Karin Diefenbacher.
Le vere star: due BMW R1200GS, una Transalp, una Yamaha TT600E, una BMW Basic, una BMW 1000 GS.

tn_06 Come al solito, arrivo al campeggio “Sass Dlacia” in ordine sparso.
Gianpaolo, sosia dell’arbitro Collina e controfigura dell’indimenticabile Yul Brinner, si distingue per aver piantato la tenda per primo.
Coerente con se stesso, Walter la pianta per ultimo, essendo arrivato al campeggio alle ore 02.10 di notte (enorme miglioramento rispetto al passato) adducendo i soliti futili motivi ai quali nessuno più crede: temporali, fulmini, grandinate.
The day after comunque, sveglia ad orari da signori, alle 07.00 anziché alle ben più opportune 06.45, il tutto per permettere al solito ritardatario, il Walter ovviamente, di recuperare un po’ di forze.
Arrivo dopo una ventina di Km. al rifugio Dibona. Paolo e Gianpaolo hanno l’occasione di provare le loro gigantesche 1200GS sui due o tre Km di sterrato che conducono al rifugio.
Meticolosa sistemazione delle moto, specialmente delle GS, sprovviste di guardie armate per la loro custodia e che devono restare sempre ben in vista nel parcheggio, illusorio deterrente per scongiurare un fastidioso cambio di proprietà delle moto a alta quota.
Incomincia l’avventura. Partenza subito in salita lungo il facile sentiero in direzione della base della Tofana e arrivo sotto l’ingresso del Castelletto.
Qui un po’ di folla, proprio come sull’Hillary Step all’Everest. La programmata visita alla adiacente galleria di guerra, con tanto di cannone, vero ma fuori combattimento, viene annullata per poter accodarsi in tempo ad un gruppo di vocianti cecoslovacchi arrivati prima di noi e in procinto di inerpicarsi in fila indiana sulla scala che conduce all’ingresso della galleria del Castelletto.
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Forte della sua solida esperienza di istruttore del CAI, Paolo effettua un magistrale doppio nodo "a otto", che preferisce per l’occasione e dopo lungo tentennar al nodo “bulino” – un giorno ci spiegherà - ,per sistemare l’imbracatura del debuttante e sbiancato Gianpaolo (ricordate, il sosia dell’arbitro Collina) che ha visto gradatamente scemare le sue loquacità e "vis comica" parmensi all’appropinquarsi delle prime difficoltà.
Ci accodiamo al gruppo di sconosciuti che ci precede e, anche noi di lampade sul casco muniti, penetriamo nelle viscere della galleria che ci porta, salendo per 500 metri altrimenti in un buio pesto, alla sua uscita sul lato nord-ovest del Castelletto.
Questo gruppo di cocuzzoli è stato devastato durante la prima guerra mondiale da una enorme quanto inutile esplosione di mina che ne ha ridisegnato l’insieme lasciando a imperitura testimonianza un enorme cratere, molti metri più in là dal nostro cammino.
Discesa con corde fisse verso il sentiero del secondo imponente gradone occidentale della Tofana di Rozes che ci porta dritto dopo più di duecento metri all’attacco della famosa Ferrata Lipella. Il piatto forte della nostra fatica di oggi.
Qui giunti, non troviamo più l’inquietante placca metallica che ricordava il grado di difficoltà della ferrata (Solo per esperti, si leggeva) e posta al suo attacco a ultimo monito degli incoscienti (visto il calo di presenze in montagna, la sua rimozione è senz’altro dovuta ad imperativi di marketing).
Intanto la vista della ciclopica parete nord-ovest aggettante tra nuvolacce nere sopra le nostre teste e resa ad intermittenza arcigna e lugubre dal via vai del sole, sembra di colpo non intimidire più l’improvvisamente inleonito Gianpaolo, i cui capelli avrebbero dovuto tutti rizzarsi, si fa per dire, al solo pensiero di non poter più fare dietro-front.
Qualcosa infatti cova sotto la cenere: infatti a new star is born. Vittorioso sulle difficoltà della galleria e entusiasmatosi per l’incipiente pugna, Gianpaolo, che non per niente viene da Parma, vuol ora far vedere a tutti di che stoffa è fatto.
Pardon, di che prosciutto è fatto.
Al dunque ora. Quando il gioco si fa duro, i duri incominciano a giocare. Quel che segue è ricco di gesta, sudore ed eroismo.
Un libro non è sufficiente per descriverne la grandiosità. In breve, con il sottoscritto (alpino doc) in testa e l’esperto Paolo (pure alpino doc) in coda, l’intrepido quartetto di duri incomincia a giocare.

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A sprezzo della paura, incuranti della fatica, coi visi puntati in alto i quattro superano innumerevoli camini privi di appigli, sgominano raggelanti strapiombi, espugnano tratti lisci come specchi.
Succede perfino che Giampaolo, oramai alle stelle e novello Messner, sulla fine sostituisce lo scrivente alla leadership della cordata e passa addirittura furtivamente in testa (ma come si permette? Sarebbe come far alzare una signora per sedersi al suo posto dal medico di base o sul tram).
Per farla breve, vinte finalmente le restanti non facili roccette, con un ultimo sforzo, dopo più di due ore di arrampicata, i quattro eroi raggiungono le "Tre Dita".
Qui pranzo al sacco non senza aver prima scattato molte foto ricordo, delle quali una con autoscatto.
Terminato il pranzo, giù in mezz’ora al rifugio Giussani per una bevuta di birra (uno però ha preferito il thè) servita da una graziosissima alto atesina difficile da dimenticare, e poi in 45 minuti al Rifugio Dibona da dove, ritrovate sane e salve le nostre motociclette, si riparte per il campeggio e per le agognate docce, senza gettone né temporizzatore.
La sera, alla nostra tavola allietata dalla presenza delle belle e tanto attese Anna e Karin e durante un brindisi per festeggiare lo strepitoso successo conseguito, Paolo, oramai folgorato dalla scalata di oggi, dal buon fabbro che è non esita a battere il ferro mentre è ancor caldo e si scatena annunciando a destra e a manca ferrate da fare, subito, di corsa, a partire da domani, anche se piove: la ferrata Tomaselli di quì, la ferrata Tridentina di là, la ferrata Punta Anna etc. etc. . Insomma, proprio il caso di dire che ha un diavolo per capello, se è concessa l’espressione tenuto conto del suo caso particolarissimo.
Durante la cena poi, il simpatico amico Zambon di Treviso, a conoscenza della scalata, ci riempie di piacere telefonandoci e parlando a lungo con Anna e Walter e confermando quanto il nostro gruppo di amici sia sempre coeso.
Il giorno dopo, Domenica, partenza per i rispettivi domicilii per i più, per nuove strade ferrate per chi sappiamo. Questo però solo dopo aver salutato con un po’ di tristezza le nostre due affascinanti e inossidabili amazzoni, Anna e Karin, venute a portare un tocco di grazia nel quartetto dei duri alpinisti che siamo e poi ripartite così presto. Nessuno sa per dove.

Giampietro Clerici
Ultimo aggiornamento Venerdì 22 Gennaio 2010 10:49